Sono tra quelli che hanno capito poco della storia che ha portato alla caduta dell’Amministrazione comunale di Canale. Però, anche se ormai non ho più con il mio territorio la consuetudine di una volta (da parecchi anni vivo a Roma), mi pare che questa vicenda non faccia altro che riproporre vecchie questioni, mai risolte, che minano alla base le possibilità delle comunità di Canale e Montevirginio di costruire il proprio futuro. Mi piacerebbe mettere in comune alcune riflessioni. Magari saranno ingenue, ma credo valga la pena lo stesso, perché fatte punto di vista di uno che, avendo vissuto la fase iniziale della Riserva – e quasi solo quella – può fare un confronto tra quello che ci si aspettava dovesse accadere e quello che invece è accaduto davvero.
Intanto, una constatazione amara: nel 1989, anno di istituzione ufficiale della Riserva da parte della Regione Lazio, ma soprattutto nei cinque anni precedenti, in cui un gruppo nutrito di persone di cui ho fatto parte si è battuto perché questo avvenisse, c’era tra noi tutti la coscienza di dover creare, nella popolazione, una cultura non solo diffusa, ma prevalente della Riserva; dico “prevalente” perché, nella testa della maggior parte degli abitanti del posto, la tutela ambientale era vista in quegli anni come un lusso da anime belle, e non come occasione concreta di sviluppo del territorio. Sviluppo anche economico, intendo. Nostro compito era quindi, oltre all’ottenimento del risultato immediato (l’istituzione del parco), quello di far, appunto, “prevalere”, nella mentalità locale, la visione di un futuro fatto di occasioni economiche derivanti dalla tutela: turismo, ma anche artigianato, commercio, sviluppo di marchi per la commercializzazione della produzione agricola e agroalimentare, e molto altro ancora. Sapevamo che sarebbe stato complicato, ma – e qui sta l’amarezza della riflessione – mai avremmo immaginato che, a distanza di oltre quindici anni, questa cultura non solo non sarebbe diventata “prevalente”, ma addirittura ci sarebbe stato un regresso; tanto forte da far nuovamente mettere in discussione la necessità della tutela, che oggi è di nuovo vissuta da una parte molto consistente – e probabilmente maggioritaria – della popolazione, come un’ insieme di inutili vincoli allo “sviluppo”. Quella cultura di cui volevamo farci portatori non si è diffusa; il regresso generalizzato dell’Italia (che è tornata a vivere di condoni) è un’attenuante, ma le cause principali andrebbero ricercate – oltre che, evidentemente, negli errori di chi, come anche il sottoscritto, ha tentato di portare avanti quel progetto - a livello locale, e trovate in fretta, perché io continuo a ritenere che proprio quella cultura sia, ancora oggi, l’unica via che questo territorio potrebbe percorrere per evitare di cadere in una situazione di marginalità economica e sociale.
Un piccolo contributo può forse venire dal tentativo di rispondere a due domande:
Proverò a dare un tentativo di risposta con gli occhi di uno che vede le cose da fuori, e che però, proprio per questo, può aggiungere un punto di vista ulteriore.
La risposta alla prima domanda mi pare facile (anche se meno facile sarà spiegarne il perché): non si sono create, se non in misura molto ridotta, le occasioni economiche che ci si attendeva. Il turismo è arrivato, ma non ha trovato strutture ricettive adeguate, e quindi i flussi turistici (peraltro modesti) che transitano oggi sul territorio non generano un grande indotto. E’ vero che anche da noi ci sono ora agriturismi, maneggi e altre strutture per la fruizione del territorio da parte dei visitatori, e magari l’offerta sarà anche buona (dalla mia posizione attuale non sono in grado dire se lo sia o meno), ma l’immagine globale è comunque di disorganicità: piccole realtà non legate da un filo comune. Se guardiamo territori che hanno saputo fare del turismo naturalistico e archeologico la propria principale fonte di reddito, non possiamo non notare la diversità; lì il turista (lo dico per vasta esperienza diretta) ha spesso solo l’imbarazzo della scelta: già nella pensione, nell’albergo, nel campeggio o nell’agriturismo dove dorme trova offerte di escursioni, di acquisto di prodotti tipici, di visite guidate, opuscoli, mappe, indirizzi, il tutto in abbondanza. Lo stesso quando va a comprare il pane, o cena al ristorante. A Canale tutto questo, se pure esiste, non si vede. A parte il fatto che è già difficile trovare un posto dove dormire, a Canale non c’è un negozio di specialità locali, non c’è un marchio per l’olio (c’è almeno per il pane, grazie alla bella iniziativa di Tullio Pasquali e Maria Pascucci), non c’è una bottega artigiana; ci sono dei ristoranti, ma non mi risulta che nessuno di essi abbia un menu di specialità locali, che pure ci sarebbero. Alla scarsità oggettiva dell’offerta si aggiunge una carenza enorme nella capacità di comunicare. Un esempio per tutti: internet è oggi il mezzo più importante attraverso il quale la gente decide dove andare a passare il tempo libero, e Google è il motore di ricerca più utilizzato in Italia e nel mondo; un ipotetico turista che volesse capire se vale la pena passare qualche giorno da noi, cercherebbe sicuramente informazioni in rete, anche per trovare un posto dove alloggiare. Provate, quindi, a mettervi nei panni di questo turista e a digitare “Canale Monterano”, “agriturismo” nella casella di ricerca di Google: ne vengono fuori solo due, senza una foto, senza un programma di attività, senza i prezzi, senza neppure una mappa di dove stanno. Con il sito dell’amministrazione comunale non va meglio: c’è un elenco di tutti i negozi, nulla per quanto riguarda la ricettività turistica. In queste condizioni, perché una persona che non conosce il territorio dovrebbe scegliere di venire a Canale? Cosa lo dovrebbe incuriosire, attirare? Senza andare lontano, se uno cerca le stesse cose per Acquapendente, che non è certo il sito turistico più famoso del mondo, non trova moltissimo, ma il minimo indispensabile sì: tre agriturismi, tutti con foto e tariffe; schede descrittive del territorio e delle attività; qualche testo accattivante, pensato per stimolare la curiosità di chi lo legge; insomma, non tantissimo, ma neanche troppo poco.
Tutto questo mi sembra provare in maniera inequivocabile che a Canale non siamo in grado di godere – anche economicamente – dei benefici che la natura e la storia ci hanno regalato. Perché? Le risposte secondo me sono tante. Non mi farò voler bene dicendo quello che sto per dire, ma credo vada detto: arretratezza culturale e ignoranza, prima di tutto. A Canale purtroppo, perdura la storica convinzione di vivere in una specie di repubblica autonoma, che può vivere la sua vita indipendentemente dal mondo esterno: sarebbe ora di dire chiaramente che non è così, e chi lo fa credere ancora oggi è un bugiardo e un ignorante. Tutte le cose di cui ho parlato prima – le attività ricettive, le botteghe artigiane, i prodotti gastronomici, la ristorazione, il marketing sul web - altro non sono che iniziative imprenditoriali; ma per fare l’imprenditore ci vogliono inventiva e, soprattutto, cultura; capacità di vedere il meglio che c’è in giro, e poi riportarlo, adattandolo, al proprio territorio. Se a Canale nessuno, o pochissimi, lo fa, con chi ce la vogliamo prendere? Verrebbe voglia di dire con la gente, che non sa sfruttare le occasioni; ma ammesso che questo sia corretto (e lo è solo in parte, se lo è), allora ci si dovrebbe aspettare dalle Amministrazioni – innanzitutto quella comunale – un’azione intensa per far uscire il paese dall’arretratezza. Mi pare, invece, che questo non sia mai successo. Piccola perla: non so se esiste la biblioteca comunale oggi, ma sicuramente non esisteva fino a pochissimi anni fa, caso pressoché unico in tutto il Lazio; perché non è stata percepita da subito come una carenza gravissima? Mi piacerebbe anche dare un’occhiata ai tassi di abbandono scolastico, al numero di laureati, e a qualche altro indicatore di qualità della cultura sul territorio, che ricordo non eccelsi, e temo non siano granché migliorati in questi anni.
Certo, si potrebbe aggiungere che per fare l’imprenditore ci vogliono i soldi per partire, e a Canale ne girano pochi; ma esistono finanziamenti agevolati, incubatori d’impresa, realtà che permettono alle piccole iniziative imprenditoriali di decollare anche in condizioni di sofferenza, se sono pensate bene. A Canale quanti hanno mai anche solo pensato di fare ricorso a questi strumenti? E le Amministrazioni comunali che si sono succedute, quanto ne hanno promosso la conoscenza e l’uso? Eppure non mi pare che non ci sia fame di lavoro, in questo territorio. Volendo sintetizzare, quindi, mi pare che la risposta al perché la Riserva ha deluso le aspettative sia da cercare nell’atteggiamento chiuso, retrogrado e passivo della comunità, ma soprattutto delle Amministrazioni comunali che hanno avuto in questi anni il ruolo di Ente gestore della Riserva stessa. Non si è capito, o non ci si è voluto credere, che per far partire il volano dello sviluppo economico bisognava investire; che il lavoro che la riserva può generare non si ferma ai pochi posti di guardaparco o di amministrativo, ma è ben altro. Certo, ci vuole qualcuno capace di metterci un po’ di coraggio: per costruire un campeggio, o un ostello meno brutto di quello orrendo sopra i campi sportivi; per consorziare i produttori e ottenere un marchio DOP, e poi aprire un piccolo negozio caratteristico per la commercializzazione. Però ci vuole anche un’Amministrazione che dimostri di crederci, in queste cose, e incoraggi, faccia venire allo scoperto quelli che magari, con il giusto appoggio, sarebbero disposti a provarci.
Questo ci porta alla seconda grande questione: mi pare infatti evidente che nessuna Amministrazione ha mai davvero creduto a questo tipo di sviluppo; potrebbe non essere un male; potrebbe esistere un’alternativa migliore; e quindi, se non è la tutela ambientale e del patrimonio archeologico la strada allo sviluppo, qual è questa strada?
Da quello che si è visto fino ad oggi, a dire il vero, non si capisce bene. Artigianato e piccola industria? Ma, se non sbaglio, Canale ancora non ha neppure una zona artigianale; commercio? E di che cosa? Non abbiamo (purtroppo) produzioni tali da sostenere lo sviluppo di una rete commerciale; edilizia? E di quante case avranno mai bisogno i canalesi, per credere di poter affidare il futuro del paese a questo settore? E’ vero che la popolazione sta crescendo, che da Roma sempre più famiglie si stanno trasferendo nell’hinterland, ma davvero la soluzione allo sviluppo del nostro territorio sta nel cementificarlo fino a farlo diventare una remota borgata della periferia romana? Perché - e qui bisogna fare attenzione – con il ritmo attuale di espansione dell’area metropolitana questo rischio non è poi così remoto: basta guardare cosa sono diventati i Castelli Romani, che adesso hanno due problemi insieme: quelli del paese e quelli della città. Dov’è quindi questa alternativa di sviluppo? Nella perpetuazione del pendolarismo? Ma l’era del posto fisso sta tramontando davvero, non è solo uno slogan, e i ragazzi di Canale che mi capita ogni tanto di incontrare a Roma mi pare che il più delle volte si spostino quotidianamente - con orari massacranti - non per fare i dirigenti d’azienda, ma piuttosto per fare le pulizie, o altri lavori precari e poco remunerati.
La verità è che l’alternativa non c’è: gli amministratori, di qualsiasi colore, che si sono succeduti per tutti gli anni ’90 fino ad oggi, non hanno saputo far di meglio che tirare a campare, con quel famoso buon senso italiano che spaccia per realismo la miopia e la totale incapacità di guardare verso il futuro. Si è lasciato credere ai canalesi che si sarebbe potuto continuare a vivere come sempre: un po’ di edilizia, un po’ di pendolarismo, un aiuto dalla famiglia, un posto fisso prima o poi… In questo modo si sono persi almeno quindici anni, per non voler accettare il fatto che il mondo è cambiato e ancora di più cambierà nei prossimi anni, che piaccia o no ai canalesi. Ora il distacco tra la realtà di Canale e quella nazionale (che pure non è rosea) sta diventando abissale: quanti a Canale parlano l’Inglese? Quanti sanno usare un computer in modo decente? Quanti, per rimanere su un terreno più domestico, sanno leggere un articolo di cultura o di economia senza perdere il filo? Queste cose, oggi, non servono per andare sulla luna: servono per vivere in modo appena decente; sono l’equivalente di quello che una volta era leggere, scrivere e far di conto. Prima non trovavi lavoro se eri analfabeta; oggi non lo trovi se non sai l’inglese, se non sai navigare su internet, se non sai cos’è la curva di offerta e quella di domanda, ecc. ecc. O forse i nostri amministratori pensavano che la soluzione sarebbe venuta da fuori: aprirsi al capitale “esterno”… Non che sia sbagliato di per sé, ma anche qui: con soggetti imprenditorialmente ed economicamente forti, come si fa a trattare se non si è forti almeno culturalmente? Ed infatti la storia infinita di Stigliano insegna: doveva diventare il cuore pulsante dell’economia locale, per ora è più simile alla fabbrica di San Pietro; senza che, a quanto se ne sa, la nostra Amministrazione (che tra l’altro non c’è più) abbia alcuna voce in capitolo.
E se volessimo davvero puntare sullo sviluppo urbano, attirare quelli che a Roma, con i prezzi che corrono sul mercato immobiliare, proprio non ce la fanno a comprarsi una casa; se volessimo fare questo, il nostro Piano Regolatore è attrezzato per una simile emergenza? Qui stiamo parlando di migliaia di persone… E come le integreremo, se già quelli che sono arrivati fino a oggi, a Canale ci vengono più che altro a dormire, e la vita continuano a viversela a Roma, spesso anche per la scuola dei figli? E quando, tra venti anni, che non sono così tanti, avremo cementificato tutto il cementificabile e saturato tutto l’abitabile, e ci ritroveremo con gli stessi problemi di oggi e una popolazione doppia o tripla e per di più senza radici, e probabilmente a quel punto anche senza più risorse naturali, che soluzione ci inventeremo?
Ecco, a me pare che il quadro sia questo. Non so se vorrete pubblicare questo contributo, oggettivamente lungo; se lo farete, spero che altri vogliano aggiungere ulteriori riflessioni. Se poi qualcuno potesse smentirmi, ne sarei davvero felice, visto che io per primo vorrei non vedere la situazione così nera. Del resto, io ormai Canale lo vivo solo nei week end, e potrei effettivamente aver trascurato, per mancanza di conoscenza, qualche elemento positivo importante. Mi scuso se quella che volevo fosse un’analisi si è trasformata a tratti in uno sfogo; a quanto pare, per chi è nato in questo paese, come me, è davvero impossibile parlarne senza farsi prendere la mano dalle passioni. Anche se sono passati più di dieci anni da quando quelle passioni me le vivevo davvero sulla pelle.
Un saluto cordiale
Maurizio Cassi