Lettere

La vicenda della raccolta dei rifiuti di Canale Monterano ha scatenato
numerose polemiche, alcune sensate, altre pretestuose e strumentali. Si
sono create varie correnti di pensiero che hanno ingenerato confusione
e false aspettative nella popolazione canalese.
Gli sconfitti dell’ultima elezione amministrativa hanno
addossato all’attuale giunta la responsabilità
del cattivo funzionamento della raccolta sin dal giorno successivo
l’insediamento del sindaco, fingendo di dimenticare che la
gara di appalto, la sua attuazione e la sua aggiudicazione è
stata gestita dal commissario prefettizio, insediatosi dopo le
dimissioni di Marcello Piccioni.
Un’altra compagine sostiene che le colpe gravino
esclusivamente sugli operatori ecologici, rei di non essere degli
“stacanovisti” del lavoro, omettendo di ricordare
che i lavoratori attualmente impiegati sono gli stessi che operavano
nella precedente gestione.
E’ evidente che tali interpretazioni sono lacunose,
superficiali e non aiutano a ben comprendere la complessità
del problema.
Per motivi professionali capita spesso di confrontarmi con le
gare
di appalto gestite dalle pubbliche amministrazioni, seppure in ambito
diverso dalla raccolta dei rifiuti. In genere, per valutare i criteri
di eleggibilità di una proposta, vengono preparate due
tipologie di capitolato: quello tecnico e quello economico. Il primo
dovrebbe fornire alle amministrazioni gli standard qualitativi e
quantitativi del progetto, al fine di controllarne la
conformità con le richieste del bando di gara. Il secondo
dà l’idea della spesa complessiva che
l’ente pubblico dovrà sostenere per il periodo
compreso nel bando.
Purtroppo il capitolato che maggiormente incide ai fini della scelta di
un progetto è quello economico, per tutta una serie di
motivi che vanno dallo scarso budget di cui
un’amministrazione dispone alle limitate conoscenze tecniche
inerenti l’oggetto del bando, che non fanno intuire agli
organi preposti le differenze qualitative tra i vari progetti.
Spesso non vince il progetto migliore, ma quello che costa meno e le
voci su cui si opera maggiormente per ridurre le spese sono la
qualità ed il costo del lavoro. In buona sostanza si
forniscono materiali e mezzi più a buon mercato e si incide
sui contratti dei lavoratori, decurtando gli stipendi e proponendo
contratti peggiorativi come i famigerati contatti a progetto (gli ex
“co. co. co”). Ricordo agli smemorati che questa
tipologia contrattuale, oltre a creare un’ovvia
precarietà nella qualità della vita del
lavoratore, spesso non prevede delle bazzecole quali le ferie pagate,
le malattie e molto altro ancora.
Lavorando in un’azienda privata, molto attenta alla
misurazione della qualità dei progetti e dei costi ad essi
associati, so per certo che la stragrande maggioranza dei progetti
falliscono non per l’incuria dei lavoratori ma per una
cattiva gestione e pianificazione del management. Spesso vengono
sottostimate delle variabili che poi alla fine incidono sulla resa del
progetto e si chiede ai lavoratori di farsi carico del surplus
lavorativo per sopperire a tali omissioni. Ma i lavoratori non possono
fare miracoli e se non vengono dotati degli strumenti per lavorare bene
sono destinati ad essere le prime vittime della cattiva organizzazione.
Inoltre, essendo l’ultima ruota del carro, sono quelli che
pagano per tutti, soprattutto per le colpe altrui.
Uno stato che appalta progetti col criterio del ribasso economico,
oltre a fornire un servizio scadente alla collettività,
genera una spirale perversa fatta di precariato e povertà da
cui difficilmente se ne esce. Si arriverà al punto che, per
risparmiare sempre di più, si aggiudicheranno gare a ditte
appartenenti ai cosiddetti “paesi emergenti” (come
ad esempio la Cina) che utilizzeranno la loro forza lavoro, vessata e
mal pagata. Ma sarà dura raccogliere i rifiuti se non ci
saranno più soldi per produrli.
In definitiva occorre pretendere dalle pubbliche amministrazioni una
maggiore attenzione ai capitolati tecnici delle gare di appalto,
privilegiando la qualità al risparmio. E se il problema
è quello annoso del reperimento dei fondi, le soluzioni
esistono e sono già pronte: far pagare le tasse a chi oggi
evade il fisco e colpire con severità economica gli abusi
edilizi.
Sparare addosso ad una giunta appena eletta e screditare i lavoratori
non aiuta a risolvere i problemi, occorre scegliere: guardare oltre o
lavarsene le mani.
Stefano Maciocchi